Stefano Bollani: "Il mio insegnante continuava a bocciarmi".

Stefano Bollani:

L’INTERVISTA

Stefano Bollani: «Il mio insegnante continuava a bocciarmi. La scuola vuole solo educare all’obbedienza»

         

Ha cominciato a suonare a 6 anni, a 15 anni ha guadagnato i primi soldi (50 mila lire): vive di musica. E di amore: «Ero sempre innamorato delle ragazze impossibili»

Stefano Proprio come le sue dita, che scorrono veloci sui tasti del pianoforte seguendo non uno spartito ma la musica, Stefano Bollani fa con i suoi pensieri. Inizia con un discorso, ma poi arriva un’idea che lo porta altrove. E poi un’altra ancora, sempre più in alto, sempre più su. «Tendo ad allargare il campo. Dico una cosa ma poi potrei dire anche il contrario, se no è noioso», ammette. «Certo, inventare è ormai difficile: su internet c’è questa pseudo enciclopedia che sa tutto di tutti. La stessa per cui, per anni, ero nato in un altro posto. E non c’era modo di correggerlo: se Wikipedia dice così è così». Un po’ come a scuola: quello che dicono gli insegnati, in genere, è legge. «Io per sopravvivere dicevo loro quello che volevano sentirsi dire. E così ripeti che quell’anno c’è stata quella battaglia e che avevano ragione quelli». Si annoiava? «Moltissimo. Ho sempre letto tanto, ma non quello che mi davano a scuola. Parlavano dei Promessi sposi e io leggevo Stephen King. Non credo si appassionino ragazzi di 16 anni alla letteratura così. In questo modo li obblighi a sapere chi sono i nostri scrittori più importanti: si chiama nozionismo». Lui, già da allora, non stava molto dentro quei codici, uguali per tutti: «A scuola lo chiamano il programma. E poi finiamo con il farli nella vita. Ti vogliono programmare in modo che tu conosca delle cose piuttosto che altre: un concetto pensato per produrre impiegati. Un ragazzo è un genietto in qualcosa? La scuola gli risponde che però ha preso 5 in Storia dell’arte. Forma gente che si abitua a stare seduta davanti a un capo. Non ti prepara alla vita, ma a un lavoro preciso, in cui qualcuno ti dice cosa devi fare». Uscire da questi schemi non è semplice, «ma la nostra vita la scegliamo noi. Nel nostro cammino, se siamo attenti, incontriamo un sacco di maestri… magari per dieci minuti, ma lo sono. Niente è casuale ma serve sempre a farti capire qualcosa».

Costruire il destino

               Scegliere il proprio destino. Bollani ci crede: «Mi sembra un buon modo di stare al mondo: pensare che tutto sia un caso e io ne sia vittima non fa per me. C’è sempre una decisione, lo è anche quella di farsi soffocare». Ragionare così è più facile quando si ha successo… «Sono sempre stato concentrato sul presente. Con la musica è più semplice: mentre suono non penso ad altro. Dovrebbe essere così anche nella vita: se faccio una cosa penso a quello. Ma oggi è difficilissimo stare nel presente e viverlo. Basta un beep per portarci altrove». Chi sono stati i suoi maestri? «Enrico Rava. La prima volta che abbiamo suonato mi sono sentito subito a mio agio. Non me lo aspettavo, perché ero in soggezione. Ma lui mi ascoltava, cercava degli stimoli. Il jazz è così, ma lo fanno in pochi: è stata una lezione. La musica si fa qua, nel presente, non si studia in sala prove. E quando uno ha un’idea buona, gli altri lo seguono: è la società ideale». La musica, per lui, è sempre stato un canale «facile. Non avevo musicisti in famiglia, e così, ogni cosa suonassi a 6/7 anni mi riempivano di complimenti: ma che bravo! Non ero forte in ginnastica, non sapevo arrampicarmi sugli alberi o saltare i cancelli e ho sempre evitato di fare a botte, perché ero sicuro ne avrei prese tante. Ma con la musica era tutto semplice». E le ragazze? «Ero sempre innamorato di quella impossibile. Crescendo, finalmente ti senti libero di dirlo, di lasciarti andare: credo di aver imparato qualcosina. Su come comportarmi con i miei sentimenti, non giudicando la donna con cui sto e nemmeno me stesso».

Conta, come in tutto, l’intento

                     Se hai «l’intento di riuscire in una cosa è un conto, se dici: vediamo che succede, non puoi poi pretendere vada bene». E di nuovo i pensieri corrono avanti e indietro, tornando agli anni del conservatorio, in cui il suo intento era già quello di fare jazz: «Il mio insegnante era aperto. Mi chiedeva: “Le piace, Bollani, questo passaggio di Beethoven?” E io: “Veramente preferisco Scott Joplin”. Era contento, però mi bocciava: “Così continua a venire a lezione”. Diceva che avevo talento ma non rispettavo le regole». L’ha rivisto anni dopo: «“Bollani come sta? La boccio”. “Non può”, gli ho risposto. E lui: “Peccato”». Questo perché la musica, o meglio, l’armonia «è un insieme di regole matematiche, di incastri. Si deve trovare un accordo e deve essere quello. Al conservatorio volevano applicassi le regole del 700. E non lo facevo. Perché dovevo imitare Bach? Trovavo un accordo bello e mi rispondevano: “Ma Bach non lo avrebbe mai fatto”. Però restava bello». Intento o talento, alla fine è riuscito a vivere di musica: «Mi hanno iniziato a pagare a 15 anni. Cinquantamila lire ed ero a posto, compravo solo libri e dischi. Come oggi. Non ho mai desiderato una macchina di lusso o altro». I suoi genitori le dicono ancora che è bravo? «Mia madre quando viene a vedermi è emozionata come stessi facendo il saggio. E ha sempre paura che io abbia un momento di vuoto e scappi».

di Chiara Maffioletti

http://www.corriere.it/moda/news/17_novembre_23/stefano-bollani-il-mio-insegnante-continuava-bocciarmi-scuola-vuole-solo-educare-all-obbedienza-c3973a66-d072-11e7-90be-0a385e484c27.shtml

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