8 – Come stai rispondendo al cambiamento? 6 consigli +1

Cari amici, il profondo cambiamento del mercato sta modificando le abitudini e i valori del consumatore, riportandoli a una maggiore attenzione verso il “valore” del prodotto o del servizio. Per affrontare i cambiamenti, l’impresa di oggi deve rendere più snella e dinamica la sua struttura, investendo sulle strategie per il futuro. Questo è quanto è emerso dal convegno, organizzato dalla “Banca popolare di Puglia E Basilicata, in collaborazione con: Open source management e Plus X, ad Altamura.  

1. Occupati delle cause interne

Invece di usare i momenti sfavorevoli di mercato come una giustificazione, bisogna occuparsi delle cause interne. Quali sono le aree d’inefficienza della tua azienda?

I cali di fatturato o del giro d’affari avvengono quando congiunture sfavorevoli esterne si incontrano con una scena interna all’azienda, che già da qualche tempo era in difficoltà.

 

2.     Il lavoro duro è cambiato

Imprenditori al comando di aziende vincenti escono dalla propria zona di confort, abbracciando progetti che fanno paura o creano eccitazione .     

Quando rimani nella zona di confort, vivi al centro di numerosi compromessi: tamponi le situazioni e la tua azienda, di conseguenza, non fa passi in avanti.

Quali sono le cose della tua azienda che non stai affrontando?

Quali sono quelle cose che sai che devi fare e che continui a rimandare?

Esci dalla zona di confort. Quando l’hai fatto, in passato, hai sempre ottenuto buoni risultati. 

 

3.     Abbraccia il marketing

Le aziende che crescono, anche in tempi di crisi fanno davvero il Marketing, che non è fatto solo di fiere, brochure e manifesti.

Qual è la vision per la tua impresa?  

Dove sono “i soldi veri” nel tuo settore?

Trattenere i clienti esistenti, costa meno che cercarne altri.

Quali sono le reali necessità della tua clientela e come la tua impresa si sta organizzando per soddisfarle?

Le aziende vincenti fanno ricerca e formazione. Quando smettono di farlo, sono pronte per il fallimento.

 

4.     Metti controllo sugli aspetti finanziari

Le aziende di successo misurano gli utili su base mensile.

Ricordiamoci: non si può ottenere ciò che non si misura.

Lo sai qual è la marginalità del tuo prodotto/servizio?

 

5.     Adotta una politica di gestione delle risorse umane

Gli imprenditori delle aziende che crescono, dedicano buona parte del loro tempo alle attività che faranno una grande differenza per il successo della loro azienda, domani.

Quando prendiamo a lavorare con noi delle persone, devono avere tre qualità:

Capacità relazionale, Competenza tecnica e Motivazione.

 

6.     Studia

Chi guida tali aziende ha ben chiaro che il primo punto, di qualsiasi progetto d’impresa, consiste nell’intraprendere un programma per migliorare se stessi. Per le performance individuali, non è tanto importante quanto bravo già sei. Quello che veramente conta è quanto più aspiri a diventarlo.

 

7.     Alleanze

L’individuo singolo non ha successo, ma si limita a sopravvivere.

Diventa una personalità attraente. Qualcuno di interessante da frequentare e con cui tutti vorrebbero fare affari.

Fa che a chiunque, collaboratore, collega o cliente chessìa, quando abbia a che fare con te, gli rimanga un’esperienza memorabile.

 

 

Giovanni Matera

Per consultare altri miei articoli:

https://www.facebook.com/pg/ricercaeformazionedigiovannimatera/notes/

 

Ispirato da: Open source management e Plus X, ad Altamura. Seminario “Come stai rispondendo al cambiamento ?” Relatore Paolo Ruggeri.

7 – La Vitalità d’impresa

Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

Il famoso settimanale londinese The Economist ha pubblicato i risultati di un concorso indetto dalla medesima testata, mirato a verificare chi, tra i partecipanti appartenenti alle diverse professioni, fosse in grado di predire con maggior precisione lo stato dell’economia britannica nei dieci anni a venire. Ebbene, sembrerà incredibile ma tra i primi a classificarsi, come migliori corsisti, sono stati i lavoratori della nettezza urbana. Sissignori, proprio così, i netturbini si sono piazzati nelle prime posizioni del concorso, alla pari con tre top manager di altrettante multinazionali.

Evidentemente – ha commentato The Economist – i bidoni della spazzatura, se esaminati con occhio attento, possono essere degli ottimi indicatori economici”.

Il pensiero e la visione strategica dipendono dalla capacità di percepire, presagire e cogliere indicazioni utili da segnali deboli che, agli occhi dei più, possono passare del tutto inosservati. Va da sé che non possono essere sviluppati da persone che prediligono rapporti e fogli di carta traboccanti di numeri. Occorre quindi bilanciare la plausibile evoluzione degli scenari esterni con le aree di vitalità interne all’azienda.

Con questo non voglio intendere che i fattori tangibili (Hard) quali i bilanci economici/finanziari non siano importanti, anzi, dico solo che, in quanto consuntivi, ci raccontano quello che è stato il passato, ma non ci danno nessuna indicazione di quello che sarà lo scenario futuro.

I Fattori cosiddetti intangibili (Soft) o segnali precoci, invece, possono prefigurarci una visione prospettica d’impresa e svelarci se l’azienda potrà essere in grado di affrontare le diverse e impegnative sfide che il mercato odierno continua a lanciare.

Vediamo ora quali possono essere alcuni dei fattori cosiddetti intangibili:

  • L’immagine aziendale deve essere coerente con ciò che intende rappresentare;
  • Dipendenti soddisfatti di lavorare in azienda;
  • Elevati livelli di energia;
  • Senso di appartenenza;
  • Sufficiente abilità d’innovazione aziendale;
  • Monitoraggio costante delle capacità di apprendimento e verifica delle conoscenze acquisite da ogni risorsa umana in seno all’azienda;
  • Ambiente favorevole alle relazioni interpersonali e al lavoro in team;
  • Clienti soddisfatti e fedeli all’azienda.

L’azienda che abbia in sé questi otto fondamentali fattori, per riflesso, avrà a sua disposizione una serie di indicatori precoci in grado di fornirle costantemente informazioni sull’orientamento del lavoro e sulla propria capacità futura di generare profitti a prescindere, relativamente, dalle mosse della concorrenza. Nel lungo periodo la performance economica sarà la logica conseguenza dell’attenzione che avrà dimostrato nei confronti dei succitati segnali precoci.

Per sviluppare un efficace pensiero strategico e garantire la sua corretta applicazione occorre possedere, per dirla in metafora, la visione d’insieme della foresta cogliendone l’estensione e i confini e, allo stesso tempo, saperne osservare i dettagli; ovvero le caratteristiche dei singoli alberi. D’altronde, che tipo di strategia può scaturire da qualcuno che abbia solo la visione dall’alto della foresta, ma che in realtà non ha mai visto da vicino un albero in vita sua?

La risposta a molte di queste domande è più che ovvia, tuttavia in concreto nelle aziende vi è una preoccupante mancanza di consapevolezza su questi aspetti. E’ forse più importante sapere di aver ottenuto oggi ottimi risultati, piuttosto che essere certi di ottenerne altrettanti nei prossimi anni?

Giovanni Matera

Per consultare altri miei articoli:

https://www.facebook.com/pg/ricercaeformazionedigiovannimatera/notes/

Ispirato da: “Quando cambiare”. Autore, Franco D’egidio. Editore, Francoangeli

6 – Gli “intangibili” per vincere

“L’impresa, prima gradualmente e poi improvvisamente, entrò in una profonda crisi finanziaria e fallì”. Perché?

Quali sono i motivi che hanno fatto chiudere quell’azienda?

La risposta non è semplice, perché diverse cose non avevano funzionato. La questione fondamentale è che l’azienda valutava le sue capacità e le qualità della sua performance solo attraverso l’analisi dei risultati economico-finanziari, la cui importanza è fuori discussione, ma che hanno un grosso limite: sono a consuntivo. Sono cioè espressione del passato, appartengono alla storia dell’impresa, non forniscono alcuna indicazione utile circa la capacità di generare valore in prospettiva e competitività futura.

L’azienda di cui stiamo parlando era caratterizzata da un’eccessiva focalizzazione sugli aspetti tangibili “hard” dell’organizzazione (costi, ricavi, tecnologie, strutture e sistemi) e dedicava scarsa attenzione a quelli intangibili, fondamentali per competere nella nuova era, in continua mutazione, in cui l’azienda era decisamente entrata senza accorgersene.

Da questa rapida cronaca di un fallimento non annunciato, emerge una lezione da apprendere. Oggi gli aspetti intangibili “soft” quali la capacità di innovare l’immagine, la corporate identity, la vivacità intellettuale e la customer satisfaction, per citarne solo alcuni, rappresentano la vera competitività dell’impresa e ne misurano la vitalità nel tempo.

Nella passata era capitalistica, il capitale e il lavoro erano i fattori produttivi fondamentali. Oggi, in pieno periodo post-capitalistico, invece, l’economia vede l’informazione come elemento chiave per conseguire la conoscenza. La conoscenza è diventata il vero fattore critico di successo. Non è più una delle tante risposte, ma la risposta principale. Sicché, in questo evo di conoscenza e di immaginazione, è necessario saper comprendere e gestire i paradossi di due tesi contrapposte, ad esempio, le quali possono essere vere entrambe. Ciò che una volta sembrava distinto, chiaro e separato, oggi appare indistinto, confuso e indeterminato. Tutto è stravagante, come in una fiction.

In questa realtà caratterizzata da un’ipercompetizione e quindi da una vasta scelta, il cliente è divenuto un mattacchione ammiccante che ama di più la sorpresa e i paradossi; si è fatto imprevedibile e, di conseguenza, i mercati sono diventati il tipico esempio di sistema non lineare e caotico nel quale l’esercizio della previsione tradizionale è sempre più inadeguato, se non addirittura dannoso. Il nuovo management, formato sulla razionalità di ciò che è tangibile e misurabile, è costretto a confrontarsi con sistemi inediti e contraddittori ai quali non è in grado di far fronte.

Insomma, i vari studi e le diverse strategie imprenditoriali finalizzate al solo incremento del profitto e alla mera espansione dell’azienda, stanno cedendo il passo ai cosiddetti intangibili: all’esperienza, alla conoscenza, a quelle aziende che hanno saputo costruire e consolidare nel tempo un’immagine, professionalmente ed eticamente affidabile, mediante cui sono riuscite a intessere dei rapporti leali e soddisfacenti con i propri collaboratori, con i fornitori e soprattutto con i clienti grazie ai quali possono vantare brillanti consuntivi e ben sperare su altrettanti rosei preventivi.

Giovanni Matera

Per consultare altri miei articoli:

https://www.facebook.com/pg/ricercaeformazionedigiovannimatera/notes/

Ispirato da: “Quando cambiare”. Autore, Franco D’egidio. Editore, Francoangeli

5 – Pilota o Passeggero?

“Rendiamoci conto di una cosa: il giro sulle montagne russe è appena cominciato; rimaniamo sereni ma, nello stesso tempo, agiamo in modo deciso. Questo scenario competitivo è la nuova normalità”.

Inizia cosi il seminario “Le Abitudini per il successo” organizzato dalla Matera Arredamenti, nell’Auditorium comunale (ex Purgatorio) il 30 marzo scorso. Il seminario rientra nelle iniziative volute dal sindaco Giuseppe Cristella a sostegno delle imprese e del mondo del lavoro.

La domanda ricorrente dei giovani imprenditori presenti al seminario è stata sul perché alcune aziende, sia piccole sia grandi, nonostante il momento di complessità economica, sembrano non risentire o avvertire meno la cosiddetta crisi?

Ciò che differenzia queste aziende dalle altre è che, loro, in testa, hanno un preciso progetto da perseguire. A dimostrazione che dove vi sono idee, possono esserci altrettante possibilità d’uscita; dove è presente la nuova “vision”, vi è anche la convinzione di farcela.

Insomma anche in questo nuovo e non facile scenario che va prospettandosi, ci saranno diversi settori che, volenti o nolenti, faranno da traino per l’economia generale. Mi riferisco all’ambiente, al risparmio energetico, alla sicurezza del lavoro, ecc…

La natura di quella che oggi chiamiamo “crisi” è indubbiamente finanziaria (e non ancora economica) i cui risultati, però, non devono intimorirci e farci recedere fino a deporre l’unica arma efficace contro di essa: la “vision”; che sarebbe la proiezione del nostro sguardo verso un orizzonte più ampio, dove poter realizzare nuovi sogni e nuovi progetti.

La prima cosa da capire, se davvero desideriamo ottenere buoni risultati nelle aziende, come nella vita, è compiere delle azioni! Ma prim’ancora delle azioni, occorre avere delle idee! Poiché, come sappiamo, sono le idee che muovono il mondo.

La seconda cosa da tenere bene a mente è che, mutare un’idea, ha un prezzo! Costa energia, attenzione, tempo ed equilibro cognitivo. Si tratta di costi immediati, a fronte di vantaggi differiti e per nulla sicuri (vi sono persone che non cambiano lavoro, pur essendo infelici di quello che fanno). Il costo più alto per tale cambiamento è, senza dubbio, di tipo emotivo: molte delle nostre idee parlano di noi stessi, del gruppo cui apparteniamo, e il cambiamento significa rinunciare a una parte della nostra identità. Per di più, queste idee “forti”, recano in sé un corollario di opinioni che non possono essere messe in discussione senza provocare disagio.

Allora, l’avventura è appena cominciata; adesso sta a noi decidere, se essere piloti o passeggeri in questo viaggio, sapendo che se non abbiamo una meta (non sapere cosa fare da grandi), siamo destinati a finire nella meta di qualcun altro.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

Puoi acquistarlo > www.giovannimatera.it

Ispirato da:“Le Abitudini per il successo” organizzato dalla Matera Arredamenti, Relatore, Michele Ciccolella.

4 – Cambio di paradigma

Ciascuno di noi è portato a pensare di vedere le cose così come sono, di essere perfettamente obiettivo, invece la verità è un’altra: noi vediamo il mondo non com’è in realtà, ma secondo la nostra soggettiva visione. Quando raccontiamo quello che vediamo, non facciamo altro che descrivere noi stessi, le nostre percezioni, i nostri paradigmi; e qualora gli altri non siano d’accordo con noi, immediatamente pensiamo che in loro ci sia qualcosa che non vada.

Persone assolutamente sincere e analitiche vedono le stesse cose in maniera diversa, ciascuna guardando attraverso le lenti uniche della propria esperienza.

Paradigma, dunque, sta appunto a indicare un modello, una teoria, un modo di percepire, un sistema di riferimento, in questo caso, del tutto personale. Sarebbe quindi il nostro modo di “vedere” il mondo, non soltanto in termini di percezione sensoriale, ma anche e soprattutto in termini di concezione, comprensione e interpretazione di esso.

Da quasi due anni, in momenti diversi e la dove ne ho avuto la possibilità, vado ripetendo una cosa semplice e nota a tutti: “Siamo entrati in una nuova economia. Il mondo è cambiato. Adesso dobbiamo cambiare anche noi, altrimenti saremo estromessi dal mercato”.

E ancora quando, in alcuni articoli precedenti, ho insistito sulla frase “Ma io cosa posso fare?”; cos’è, se non un salto di paradigma? Cioè, il superamento del “modello delegante” che ci vuole deresponsabilizzati e dipendenti da altri, a un “sistema protagonista” che ci vede liberi attori dei nostri destini. In altre parole, bisogna passare dal paradigma della dipendenza legata al Tu (o al voi): Tu ti prendi cura di me, tu non hai agito, tu sei l’artefice dei risultati; al paradigma dell’indipendenza e della responsabilità legata al Io : Io posso scegliere, io posso farlo, io sono responsabile e padrone di me stesso, io sono l’artefice dei miei risultati.

Vorrei chiudere questo mio articolo con una piccola storia marinara la cui eloquente metafora sarà senz’altro un efficace invito alla riflessione, per tutti.

Una nave da guerra pattugliava un settore particolarmente pericoloso del mediterraneo. C’era tensione nell’aria. La visibilità era scarsa, con banchi di nebbia; così il capitano era rimasto sul ponte a sorvegliare le varie attività dell’equipaggio.

Poco dopo l’imbrunire, l’uomo di vetta sul ponte annunciò:

“Luce a tribordo!”.

“E’ ferma o si allontana?”, gridò il capitano.

“E’ ferma, capitano”, rispose la vetta.

Questo significava che la loro nave da guerra era in pericolosa rotta di collisione con l’altra.

Il capitano ordinò al segnalatore: “Segnala a quella nave che siamo in rotta di collisione e vi consiglio di correggere la rotta di 20 gradi”.

Giunse di rimando questa segnalazione: “E’ consigliabile che siate voi a correggere la rotta di 20 gradi”.

Il capitano disse: “Trasmetti: io sono un capitano, correggete voi la rotta di 20 gradi”.

“Io sono un marinaio di seconda classe – fu la risposta – fareste meglio a correggerla voi la rotta, di 20 gradi”.

Adesso il capitano era furente. “Trasmetti – abbaiò -: sono una nave da guerra, perciò correggete la vostra rotta di 20 gradi”.

La risposta fu semplice: “Io sono un faro”.

La nave da guerra cambiò rotta.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

Puoi acquistarlo > www.giovannimatera.it

3 – La forza dell’immaginazione

Quando tu desideri qualcosa, tutto l’universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio”.                                                                                                              (Paulo Coelho)

L’altro giorno ero nel mio ufficio, tra mille carte e cose da fare e, invece di lavorare, ho cominciato a vagare con la mente. Mi sono rivisto ragazzo e ho ricordato i sogni di allora. Ho osservato bene l’ufficio. Il mio ufficio. Quindi, mi sono affacciato alla finestra e ho visto una bella azienda. La mia azienda; con dieci splendide persone che vi lavorano dentro: i miei collaboratori. Poi ho rivolto lo sguardo verso lo specchio, e mi sono sorpreso con gli occhi lucidi a parlare da solo:

Quei sogni di ragazzo si sono avverati. Oggi ho una stupenda famiglia, vivo e lavoro in un posto incantevole nella Terra delle Gravine, penso di essere una persona stimata, la mia impresa è in continua espansione…

Comunque, non è stata per nulla una passeggiata questa mia avventura, che dura da trentaquattro anni lungo i quali ho dovuto affrontare e superare numerosi e difficili ostacoli. Delle volte, in passato, preso dallo sconforto più profondo, sono stato sul punto di mollare tutto poiché, nonostante lavorassi come un matto, non riuscivo a fare alcun progresso. Ma il mio sogno era molto più forte delle mie disavventure, le mie mete molto più importanti degli sbarramenti che incontravo e, quindi, ho stretto i denti e allargato le spalle, tirando sempre dritto per la mia strada.

Per chi ha la propensione al fatalismo, potrebbe interpretare questa mia piccola storia come la somma di una serie di coincidenze favorevoli o magari attribuirla alla fortuna. E se non fosse proprio così?

Tutto quello che oggi sono riuscito a realizzare, è il frutto di quei sogni di ragazzo che, in seguito poi, ho anche appuntato su dei fogli di carta che consultavo e consulto tuttora periodicamente, per verificarne la loro conseguente attuazione pratica.

Con questo non voglio dire che le coincidenze o la fortuna non esistano, ma anche loro hanno bisogno del nostro intuito e del nostro impegno nel saperle individuare e coglierle al momento giusto, perché sono occasioni volatili che passano in un attimo. Ben vengano, dunque, ogni coincidenza favorevole e tutta la fortuna possibile, ma nel frattempo noi non possiamo stare seduti a far girare i pollici in loro attesa. Noi dobbiamo agire con la forza della nostra immaginazione.

Pertanto, se questo mio ragionamento ha un senso, non posso non insistere su un fondamentale concetto, a me tanto caro, con il quale, ogni essere umano che voglia realizzare qualcosa, deve necessariamente fare i conti:

“Tutte le cose sono create due volte: la prima nella nostra testa, la seconda nella realtà”.

Possiamo quindi dire che l’uomo non dovrebbe mai smettere di sognare, ma, al tempo stesso, dovrebbe anche impegnarsi a fondo per realizzare i suoi sogni.  Perché ciò accada o non accada, dipenderà solo dai due seguenti diversi modi di agire:

  • Continuare a credere nel proprio sogno, sempre e comunque, nonostante le delusioni, gli insuccessi e le influenze negative dell’universo a lui intorno, senza l’assillo di farcela in uno, cinque o trentaquattr’anni. Solo in questo modo potrà vederlo realizzato il suo sogno.
  • Lasciare invece che la sua immaginazione venga condizionata, alterata e stravolta dalle cattive notizie e dalle influenze negative dell’ambiente circostante. In questo caso diventerà estremamente “realista” o addirittura pessimista al punto da abbandonarlo quel sogno.

L’eccessiva razionalità e il pessimismo sono i nemici più feroci dei sogni; quindi, non bisogna dare credito a chi ci scoraggia e demotiva. Dovremmo dare, invece, più ascolto a quella vocina che è in noi, quella che ci dice: “Perché non dovrei realizzare i miei sogni? Io posso farcela!”. Lasciamoci guidare da quella voce, nutriamola, rinforziamola, perché è quella la grande forza che ci può permettere di realizzare i nostri sogni. Quella è la verità! E’ quello che rimane della nostra essenza non ancora inquinata dai pensieri negativi spinti contro di noi dall’ambiente che ti circonda.

Allora non smettiamo di sognare, ma anche di dare sostanza ai nostri sogni. Appuntiamoci delle chiare mete su un foglio perché, il solo fatto di scriverle, a volte, può produrci degli inaspettati e magici effetti.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

Puoi acquistarlo > www.giovannimatera.it

Ispirato da: “I nuovi condottieri” Autore Paolo Ruggeri, Engage srl – Gruppo Mind Consulting Italia srl.

2 – Scopri la tua “Voce”

Credo che nulla sia nato per caso, e che ogni cosa in natura abbia una sua precisa funzione.

Non voglio assolutamente entrare in una dimensione mistica, ma studiando e approfondendo gli argomenti trattati, negli articoli precedenti, ho capito che ogni essere umano presente su questa terra, abbia un qualcosa di unico e importante da realizzare. Sta a ognuno scoprire quale sia la propria missione, quale la propria voce.

A tale proposito, mi viene in mente una storia vera e molto bella che vorrei raccontarvi.

Una sera, in Scozia, verso la fine dell’800, un contadino che stava per terminare la sua lunga giornata di lavoro, udì delle urla di qualcuno in pericolo. Corse nella direzione di quella voce e vide un bambino che stava annegando nella palude. Allora, senza pensarci due volte e a costo della propria vita, si lanciò in quel temibile pantano e, con grande fatica, riuscì a tirare fuori il malcapitato bimbo dalle sabbie mobili, salvandolo da morte certa.

Il fato volle che quel bambino fosse figlio di un nobile. Una persona molto facoltosa che, per riconoscenza verso il salvatore del proprio figliolo, di notte piombò a casa del contadino e disse: “Senta, lei ha salvato la vita di mio figlio ed io le sarò per sempre riconoscente. Orbene, so che anche lei ha un figlio, lasci che io provveda al suo sostentamento economico affinché egli possa accedere alla migliore istruzione del Regno”.

E così, il figlio di quel contadino, grazie al generoso provvedimento del nobile signore, poté ricevere un’ottima istruzione e diventare un grande medico. Quel medico si chiamava Alexader Fleming, lo scienziato premio Nobel (1955) per la medicina, che ha salvato milioni di persone in tutto il mondo dalla tubercolosi, dalla polmonite e da tante altre malattie mortali, inventando, nel 1928, la penicillina!

Ma la storia non finisce qui, perché le vite del contadino e dell’uomo importante tornarono a incrociarsi ancora. Alcuni anni dopo, il figlio del nobile signore (lo stesso che molti anni prima stava per annegare nella palude) si ammalò gravemente di broncopolmonite e stava per morire; ma si salvò grazie alla penicillina inventata da Fleming. Il nome del figlio del nobile signore era: Sir Winston Leonard Spencer Churchill, primo ministro del Regno Unito dal 1940 al ’45 e dal 1951 al ’55, l’uomo che fermò l’avanzata di Hitler in Europa e premio Nobel per la letteratura nel 1953.

Morale della favola: il contadino, senza saperlo, con un solo gesto aveva cambiato il corso della storia dell’umanità, per ben due volte. La sua voce interiore era senz’altro quella di un’altruista, venuto sulla terra per compiere una grande azione dalla quale poi sono discese delle conseguenze tanto inaspettate quanto benefiche per l’intero genere umano.

Ora, proviamo a pensare a quel gesto che abbiamo compiuto, durante la nostra vita, di cui andiamo orgogliosi. Sicuramente si tratterà di un’azione che abbiamo fatto in favore di qualcun altro, e questo ci fa stare bene, ci motiva, ci accende; ed è la forza di cui abbiamo bisogno per creare il nostro capitale intangibile. Allora scopriamo la nostra voce, troviamo un senso più elevato alle nostre azioni e alla nostra vita.

C’è qualcosa di unico e importante che il mondo si aspetta da noi, e se non lo realizziamo, nessun altro potrà farlo in vece nostra. Ed è a questo punto che ci rendiamo conto di possedere talenti e mezzi di cui ignoravamo l’esistenza. Ed è a questo punto che ci sorprendiamo delle nostre stesse potenzialità.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

 Ispirato da: “Le dieci regole del successo”. Autore, Paolo Ruggeri, editore Armenia

Puoi acquistarlo > www.giovannimatera.it

Per consultare altri miei articoli:

 

1 – Il Seme dell’opportunità

Venticinque anni fa, tornavo da Bari, cosa che facevo almeno due volte il mese, per acquisti inerenti all’attività di falegnameria, che, svolgevo in una struttura appena costruita del mio paese. Mi svegliai dopo tre giorni in un letto di ospedale. Non ricordo bene la dinamica dell’incidente ma ricordo che stavo messo male. La mia azienda in quel periodo non andava bene, la produzione di porte, aveva una marginalità cosi bassa da non coprire nemmeno i costi necessari al mantenimento della stessa struttura. Nonostante mi sforzassi di farcela , di sfondare,  di inseguire il successo e la felicità della mia famiglia, le cose non andavano per il verso giusto. Fu un colpo terribile, un colpo da KO. Avere delle “mete” da raggiungere e una “Prospettiva temporale”mi ha aiutato molto. Avere una prospettiva temporale significa guardare avanti, ti aiuta a non concentrarti sui problemi, ma, a come raggiungere le tue mete nonostante il momento non sia dei migliori.

Oggi a distanza di venticinque anni, benedico quel momento,nonostante la drammaticità del momento, perché grazie alle scelte che furono fatte in quel momento e a un rinnovato modo di vedere e gestire quella struttura nasce la “Matera Arredamenti”. Quello che si era presentato come un disastro, in realtà aveva portato con se una grandissima opportunità. Il concetto di seme dell’opportunità ha qualcosa di magico. Ogni disastro che ti colpisce (non perché te lo vai a cercare) porta con sé il seme di una grandissima opportunità. Non la capirai al momento del disastro, ma se ci comportiamo seguendo le regole del successo, (che abbiamo trattato nei precedenti articoli) ti metti in condizione di scoprirla e di poter utilizzare i suoi benefici. Forse è propria questa la “Provvidenza” che parlano gli antichi cristiani.

Vorrei che anche tu ottenga da questi articoli tutti i benefici possibili, sappi che se vai oltre senza aver scritto le tue mete ti mancherà un ingrediente importante.

Infatti, dopo aver analizzato molti fattori che contribuiscono al successo personale di una persona, si è scoperto che c’è ne uno più importante di tutti gli altri. Si chiama appunto: “Prospettiva temporale”. Queste persone raggiungono un grande successo personale e crescono in misura direttamente proporzionale alla “prospettiva temporale” con cui vedono le cose. Le persone che raggiungono i più elevati livelli sociali ed economici prendono decisioni e fanno sacrifici che potrebbero non ripagargli per mesi o addirittura per anni, ma che nel medio termine danno risultato strepitoso.

Le persone ai più bassi livelli nella società, per contro, sono persone che, qualsiasi cosa faccia, cercano una gratificazione immediata. La prospettiva temporale è molto limitata. Sono quei dipendenti che la sera non passa tempo a leggere un libro per migliorare la propria professionalità, ma preferiscono guardare la tv. Sono quei negozianti che invece di “perdere tempo” a costruire un rapporto con un cliente con il quale si potrebbero fare numerosi affari anche nel futuro, si limitano a cercare di concludere la vendita. Sono quegli imprenditori che invece di fermarsi un po’ con i propri collaboratori e formarli “affilare la lama”, ottenendo quindi un valido aiuto nel futuro, si limitano a “spremere” da loro quel po’ di lavoro in più che potrebbero ottenere in quel momento, ritrovandosi una forza lavoro non autonoma.

Per scrivere questi articoli ho dovuto rimandare numerose forme di “gratificazione immediata”: come trascurare la mia famiglia, trascurare alcuni clienti, alcune attività in azienda che, se avessi seguito più a fondo mi avrebbero fotto guadagnare di più, qualche giornata di vacanza in meno. Insomma ho pagato un prezzo, rinunciando a tante forme di gratificazione immediata. Quel prezzo però ora che la gente comincia ad apprezzare mi sta tornando indietro moltiplicato per cento e nel futuro continuerà a ripagarmi.

In un articolo precedente “Per fortuna c’è la crisi” dissi che proprio nei momenti di crisi sono nate le più grosse realtà aziendali. E’ evidente che questi uomini di successo in un’ ottica di prospettiva temporale pur in momenti drammatici hanno saputo cogliere il “Seme dell’opportunità”. Forse in quei momenti non era chiaro lo avrebbero capito molti anni dopo.

Forse la tua vita non sta andando per il verso giusto. Forse recentemente hai ricevuto un colpo durissimo de farti barcollare. Sappi però che in quel colpo, apparentemente terribile, è anche incluso il seme dell’opportunità che la vita ti ha fornito. Se saprai vivere in accordo con le regole del successo, saprai sfruttarlo.

A te la scelta, caro amico.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

Per consultare altri miei articoli:

 

Ispirato da: “Le dieci regole del successo”. Autore, Paolo Ruggeri, editore Armenia

Patti Smith ai giovani: “Costruisciti un buon nome, tienilo pulito, non scendere a compromessi”

Il 24 agosto 2012, intervistata al Louisiana Literature Festival in Danimarca, ha spiegato come vede lei l’epoca che stiamo attraversando, lanciandosi in una serie di consigli spassionati ai giovani.

“Uno scrittore o un artista non possono aspettarsi di essere attorniati di persone, sapete, io ho fatto alcuni album che nessuno sembra ascoltare, uno scrive un libro di poesie che sarà letto forse da cinquanta persone, eppure si continua a fare il proprio lavoro perché è quello che si deve fare, perché è la nostra vocazione… ma è bello essere apprezzati dalle persone. Certa gente mi ha detto “Beh, non pensi che questo tipo di successo possa sciupare una persona come artista oppure, tipo, sai, se uno è un musicista punk rock non vorrebbe mai creare una hit, e io ho risposto, “Ma vaffanculo”, no? Uno fa il suo lavoro per la gente e più gente riesci a toccare, più è bello. Non è che lavori per poi dire “Volevo che solo le persone fredde lo leggessero”, vuoi che tutti siano trasportati e, si spera, anche ispirati dal tuo lavoro.

Quando ero molto giovane William Burroughs… sapete, mi trovavo in difficoltà e non avevo mai soldi… William, il consiglio che mi dette fu: “Costruisciti un buon nome, tienilo pulito, non scendere a compromessi, non preoccuparti di far soldi o di avere successo, preoccupati di fare un buon lavoro, e prendi le decisioni giuste, proteggi il tuo lavoro. E se poi ti fai un buon nome, alla fine quel nome diventerà una moneta sicura. E mi ricordo che quando me lo disse gli risposi “Sì ma William, il mio nome è Smith, no?” Scherzo…

Essere un artista, anzi, essere un essere umano di questi tempi è difficile. Dovete attraversare la vostra vita con fiducia, cercando di mantenervi sani, essere più felici che potete, e inseguendo quello che volete fare. Se quel che volete è avere bambini, o essere un fornaio, o se quel che volete è vivere nelle foreste o cercare di salvare l’ambiente… o forse volete scrivere copioni per film polizieschi? Non importa, quel che importa è che sappiate quel che volete e lo inseguiate, e che capiate che sarà dura, perché la vita è veramente difficile… perderete le persone che amate, vi si spezzerà il cuore, a volte sarete malati, avrete dei gran brutti mal di denti, soffrirete la fame… ma dall’altra parte avete le più belle esperienze; a volte può essere anche solo il cielo, a volte può essere un vostro lavoro che vi sembra magnifico, o potete trovare qualcuno che amate, o possono essere i vostri bambini… Ci sono cose belle nella vita, quindi quando soffrite, pensate che è solo parte del pacchetto! Vedete… siamo nati, e dobbiamo anche morire. Lo sappiamo. Quindi ha senso pensare che saremo molto felici e che le cose potranno anche andare nel verso sbagliato. Fatelo, è come un giro sulle montagne russe, non sarà mai perfetto, avrà momenti perfetti e altri difficili ma varrà la pena. Credetemi.

Sono sicura che ogni generazione potrebbe dire che il suo tempo è stato il migliore tra i tempi peggiori, ma penso che adesso siamo arrivati a qualcosa di completamente diverso, che non ho mai visto prima, è un tempo pionieristico perché non c’è stato nessun altro periodo nella storia come questo. Ed è questo che lo rende unico. Non è unico perché abbiamo, ad esempio, gli artisti rinascimentali, è unico per via delle persone, è un tempo che appartiene alle persone, alla gente, perché la tecnologia ha democratizzato l’espressione…

Invece di una manciata di persone che facevano dischi o scrivevano canzoni, tutti ora possono scriverle, tutti possono postare una poesia su internet e farla leggere agli altri, tutti hanno un accesso, e un accesso che mai prima hanno avuto. C’è la possibilità di fare scioperi globali, c’è la possibilità di fare cadere queste corporazioni, questi governi che pensano di governare il mondo perché possiamo unirci in un’unica persona attraverso la tecnologia! Non abbiamo ancora ben capito il potere che realmente abbiamo, ma comunque le persone hanno del potere, ora più che mai. E penso che adesso stiamo attraversando questa specie di dolorosa adolescenza, ancora una volta. Cosa fare con questa tecnologia, cosa fare col nostro mondo, chi siamo?

Ma è anche eccitante, sapete, tutti i giovani ora, le nuove generazioni sono pionieri del nuovo tempo. Perciò, dico solo, siate forti, cercate di divertirvi ma siate puliti, sani, perché avete un sacco di sfide davanti a voi… e siate felici!

Traduzione a cura di Chiara Gelli.

IL CAMBIAMENTO ANTICIPA I CAMBIAMENTI: LA COERENZA DELLO CHEF

I termini “cambiamento” e “coerenza” sembrano, in prima istanza, non proprio correlati. Eppure, il comportamento che non presenta contraddizioni -questa è in definitiva la coerenza- a ben vedere non si oppone al cambiamento e, addirittura, può aiutare in scelte difficili o rischiose. Su questo desidero esprimere il mio punto di vista.

Credo di essere una persona coerente, consapevole che tale rappresentazione di se stessi è piuttosto pericolosa e ambigua: lascia adito a critiche -e all’autocritica: l’insuccesso è dietro l’angolo-, perché si innalzano le aspettative e gli standard. Scivolare e cadere è un attimo… Individuo coerente, secondo me, è innanzitutto colui il quale è naturalmente impegnato a dire ciò che realmente pensa -non confondiamoci, però, con la schiettezza- e, conseguentemente, a fare ciò che dice. Non si tratta di rasentare la perfezione o di irrigidirsi su incrollabili principi, ma di essere spontaneamente proteso verso questo stile di vita, guidato dal miglioramento e, perciò, a fare del dubbio, del confronto e della sperimentazione strumenti di crescita.

In particolare, nelle mie attività formative e consulenziali interpreto la coerenza attraverso la condivisione con i miei clienti non di quello che so bensì ciò che ho sperimentato, compreso i miei errori; con un pizzico di ironia e senza prendersi troppo sul serio, pur sapendo di affrontare a volte situazioni difficili. A ben pensare, un motivo di scarsa coerenza di tante persone è, invece, il bisogno di dover nascondere e giustificare i propri errori. Tanti guru della formazione, per di più, insegnano modelli di perfezione: principi pur validi che in teoria funzionano -sono coerenti, appunto-, ma che nella complessità della vita spesso non reggono. Comprendo, tuttavia, che l’essere umano abbia bisogno di questi riferimenti perché si nutre di speranze o, disperato, non vede l’ora di risolvere qualcosa se non, addirittura, di cambiar vita.

La coerenza: pensare, dire e fare è indice del raffronto costante con i risultati; essere disposti a sperimentare esprime la capacità di affrontare il rischio; confrontarsi è la base per imparare cose nuove; nutrire dubbi sviluppa il pensiero critico e ci proietta su prospettive inattese. E il tutto va condito con la capacità di riconoscere l’insuccesso e di essere tolleranti con se stessi; pronti a riprovarci.

Solamente quando sei giunto a questo livello, pertanto, hai la coerenza tua alleata e puoi dire di aver acquisito l’autorevolezza unita alla sensibilità per poter chiedere a chi ti ascolta di cambiare registro, di cambiare passo e anche di cambiare vita. Perché l’hai vissuto personalmente, pur tra alti e bassi, e hai compreso che la complessità di questo mondo ci deve trovare propensi a scelte a volte difficili o semplicemente impegnative, o addirittura a rinunce; consapevoli che le resistenze interiori possono in certe circostanze superare le nostre forze, inutilizzate seppur desiderose di protendersi verso il cambiamento. In questo caso, in effetti, la coerenza rappresenta solo la giustificazione dell’immobilità. Sappiamo bene, nondimeno, che il premio per una scelta non lo si conosce appieno a priori: rimanere fermi al bivio, però, è di sicuro una sconfitta.

Quindi la coerenza unisce bisogni, idee e azioni, proiettandoci verso i risultati futuri. E siccome la coerenza non è l’estrema fermezza e l’autodisciplina a cui vogliamo piegare i nostri desideri e le nostre volontà, bensì è la consapevolezza che molto dipende da noi, innanzitutto nell’affrontare con giusta persistenza e velocità le opportunità e i problemi che ci stanno innanzi e che nel tempo cambiano o si trasformano, ne devo dedurre che il cambiamento anticipa i cambiamenti. Pertanto, se vogliamo che qualcosa cambi attorno a noi, dobbiamo essere disposti a cambiare noi stessi un comportamento, a prendere una decisione rischiosa, a modificare il modo con cui analizziamo fatti e persone attorno. Non è un concetto nuovo, ma è di difficile applicazione; a volte sembra impossibile.

Ho avuto nella mia vita tre rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, di cui due nella pubblica amministrazione e uno in una grande azienda. I classici “posti di lavoro” sicuri. Tre storie differenti dove ho sempre preso in mano il mio destino ed ho liberamente scelto la via delle dimissioni volontarie; ogni volta per motivi diversi, ma senza avere il giorno seguente un altro contratto davanti ai miei occhi o un colloquio in corso. Scelte difficili, temerarie per certi aspetti, da far tremare i polsi e non dormire la notte. In qualche caso avevo di che recriminare, ma mi sarei intrappolato con le mie stesse mani in un turbinio di stati d’animo negativi. A ben vedere l’evolversi delle situazioni, è sempre successo qualcosa subito dopo ciascuna di tali scelte e non credo sia stata questione di fortuna. Diceva Lucio Anneo Seneca che la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.

Già vedo quello che starà pensando il mio lettore: “Certo, oggi hai 56 anni e alla tua epoca era facile trovare lavoro…”. Come se adesso non sia più la mia epoca e non stessi lavorando; senza pensare che attualmente, come libero professionista, nessuno mi assicura lo stipendio a fine mese. Seconda critica: “Ma con la tua esperienza avrai una clientela stabile e assicurata!”. Beh, ce l’avevo quando mi occupavo, da dottore commercialista, di contabilità e bilanci: il rapporto con i clienti era continuativo, certo. Ma da dodici anni in qua la mia contabilità è curata da un mio collega ed io ho disimparato quella professionalità per abbracciare l’organizzazione aziendale e lo sviluppo delle risorse umane. Sempre mestieri diversi; sempre clienti nuovi e competenze da acquisire… Terza perplessità: “Ma giri l’Italia e puoi scegliere da chi farti pagare. Al nord c’è la clientela più ricca e mentalmente meglio predisposta a innovare e a investire”. Eppure il grosso del mio lavoro è al sud, specie nella mia Puglia, tra imprenditori che spesso non hanno mai conosciuto un consulente, oltre l’avvocato e il commercialista.

In realtà ho conservato l’entusiasmo infantile infarcito di due ingredienti fondamentali, che ci appartengono sin dalla nascita: la determinazione e la gioia, con cui affronto la vita. È così che si riescono ad intravedere le occasioni e la teoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto la considero sempre valida: Ci troviamo continuamente di fronte a una serie di grandi opportunità brillantemente travestite da problemi insolubili, diceva John W. Gardner, ministro USA di qualche decennio fa.

Quindi oggi posso, pur sommessamente e nel rispetto di chi si trova di fronte ai bivi della vita, dire la mia circa il cambiamento. Mi sono temprato in momenti in cui non avrei mai immaginato che certe scelte, certi errori, certe esperienze le avrei potute spendere a vantaggio mio e di altri in modo inaspettato, inusuale, proficuo e anche redditizio. Ma è certo che l’agire nel cambiamento personale ha anticipato il modo di vivere i cambiamenti ambientali, permettendomi di coglierne talvolta le opportunità; e la mia coerenza, molto più della razionalità, mi ha supportato facendo sì che anche le decisioni più temerarie fossero sostenute da motivazioni forti, che mi hanno tutelato. Non sono un indovino, ma comportandomi così sono stato in grado di reinterpretare il mio ruolo in ogni situazione con maggior confidenza. Al contrario sarebbe stato incoerente, ma ragionevole, pensare che un determinato lavoro non mi fosse congeniale e continuare a farlo -lamentandomi per il resto della mia vita- solo perché avevo un mutuo da pagare…

Ritengo di aver imparato una cosa, anzi due, da tutto ciò. Primo: l’utilità delle esperienze è strettamente correlata alla nostra apertura al cambiamento. Secondo: le esperienze possono essere declinate e rilette per affrontare situazioni nuove e differenti. Il cambiamento anticipa i cambiamenti e, in definitiva, nel reinterpretare la realtà e i suoi elementi sono diventato uno… chef: ho sempre un’idea di cosa fare con gli ingredienti che in quel momento ho tra le mani.

Leggi pure: DETERMINAZIONE & GIOIA http://www.giuseppesalvato.it/jwCPm

10 Regole del capo perfetto

 

– probabilmente in ordine d’importanza

È entusiasta: cura il proprio tono emotivo più di ogni altra cosa gli appartenga.

È lungimirante: focalizza i suoi collaboratori sulla destinazione, più che sulla rotta.

Ascolta: trova sempre un momento opportuno per gli altri.

È esigente: è autodisciplinato e misura le performances, personali e del gruppo.

È perseverante: arrendersi non è suo stile ma sa quando è tempo di cambiare.

Sfida le persone: affronta con positività il nuovo, condividendolo con gli altri.

È autorevole: sa costruire la propria leadership interessando e facendosi ascoltare.

Fa autocritica: è il primo a mettersi in discussione riconoscendo i propri errori.

È coinvolgente: apprezza in pubblico e riprende in privato.

Ha memoria: impara e perdona, ma ricorda.

Giuseppe Salvato > www.giuseppesalvato.it

 

Un mestiere da imprenditore

Un libro, una scuola di formazione e tante iniziative sul territorio. L’attività di Matera Arredamenti è fondata sulla relazione con il cliente, ma anche sulla responsabilità sociale.

 Pensare che dalla vita si debba soltanto ricevere, oltre che un’illusione è soprattutto un errore poiché è lo scambio che ci migliora e ci arricchisce”. Ciò, penso sia l’insegnamento più importante che abbia potuto trarre dalla mia lunga esperienza di imprenditore e di uomo”.

 Questo pensiero, tratto dal libro di Giovanni Matera “La cassetta degli Attrezzi Strumenti per il Marketing e per l’Imprenditoria”, bene introduce la descrizione dell’attività della Matera Arredamenti di Laterza, in provincia di Taranto, che pone il suo fondamento proprio nello scambio, e in particolare nella relazione: quella con il cliente innanzitutto, ma anche quella con i collaboratori e con il territorio.

In effetti, fin dall’inizio della sua storia Giovanni Matera ha dato molto e anche ricevuto: ha dato passione e attenzione nel lavoro quotidiano in una bottega artigiana di falegnameria in cui è cresciuto e ha ricevuto la fiducia del padre che, nel 1975 non avendo altro, gli donò il proprio campo di ceci per aiutarlo a realizzare il sogno di un’azienda tutta sua. E’ proprio sul quel campo, nella zona del Parco delle Gravine, che si trova tuttora la Matera Arredamenti, uno showroom di circa 1000 mq organizzato in ambienti separati da bassi muri, per un effetto vedo/non vedo che porta lo sguardo a spaziare nelle diverse aree della casa, all’insegna dell’Italian style. “Se un tempo, il negozio si limitava a proporre degli oggetti con le loro caratteristiche, – spiega Giovanni – oggi, invece, deve orientarsi verso la presentazione di un intero sistema di vita, passando da spazio statico a luogo di esperienza”.

 Sua Maestà il Cliente

In tale luogo, “Sua Maestà il Cliente” – per usare ancora un’espressione di Giovanni Matera – si aspetta non solo di trovare ciò di cui ha veramente bisogno, ma anche di vederselo proporre nel modo giusto: “Con semplicità e chiarezza, perché egli non ama le ambiguità e le complicazioni; con professionalità e competenza, giacché egli è perfettamente in grado di saperle riconoscere”. Solo così diventa possibile, secondo il nostro interlocutore, creare quel rapporto umano da cui possa scaturire la giusta interpretazione dei desideri e la loro realizzazione attraverso la progettazione e la personalizzazione delle soluzioni d’arredo cui si accompagnano servizi quali trasporto e montaggio gratuito, consulenza finanziaria e assistenza post-vendita.

 Focus Formazione

Quest’approccio con il cliente non sarebbe possibile senza la costante valorizzazione del personale dell’azienda. Argomento sul quale Giovanni è sempre pronto a mettersi in discussione: “Una delle più recenti novità che abbiamo introdotto – racconta ad esempio – è stato il ripensamento dei rapporti di lavoro con i nostri collaboratori, in termini migliorativi e con uno stipendio non più fisso ma percentualizzato sul fatturato. Riteniamo, infatti, sia fondamentale incoraggiare lo spirito d’iniziativa, offrendo loro crescita professionale e benessere economico”.

Il signor Matera ritiene, inoltre, che uno dei principali tratti distintivi della propria attività, rispetto alla concorrenza, sia l’aver inserito un programma di formazione (con cui si tengono frequenti riunioni) mirato a migliorare innanzitutto se stesso e poi i propri collaboratori.

 L’interesse per la formazione aziendale ha portato alla nascita della Matera Arredamenti School, accolta con entusiasmo da molti giovani imprenditori, professionisti e amministratori locali. Nel 2013 l’attività della scuola si è articolata in un ciclo di appuntamenti mensili su un percorso formativo denominato Un’impresa che funzioni, inteso a “offrire alle imprese locali alcuni strumenti di “difesa” da questi tempi di severa recessione e come approcciare il mercato in modo diverso e innovativo”.

Più che di una crisi, secondo Giovanni, si tratterebbe di un grande cambiamento in atto, il quale esige un conseguente e rapido cambiamento anche da parte delle aziende: “O ti distingui o ti estingui! – afferma, sempre il nostro capitano d’impresa – Chi ha compreso questo, in futuro avrà meno problemi”.

L’impegno nel territorio

Matera Arredamenti apre dunque le porte del suo showroom, riconoscendo come aspetto fondante della propria Mission quello di “Contribuire allo sviluppo della comunità, esercitando funzioni di guida nella pratica dei nostri valori”. Ciò vale non solo per le già citate attività di formazione ma anche in quelle di marketing e comunicazione, che traduce poi in veri e propri eventi nel sociale: gare podistiche (la grande passione di Giovanni), passeggiate in gravina, ciclo passeggiate, sponsorizzazioni di attività per ragazzi, culturali artistiche, enogastronomiche e molto altro. Tali iniziative sono sostenute e affiancate da un intenso uso del web in tutte le sue declinazioni: un sito aziendale ricco e aggiornato da cui s’inviano anche newsletter all’utenza, l’uso del social network per la diffusione delle informazioni in tempo reale e un’attività di e-commerce dedicata ai complementi d’arredo, alla Maiolica di Laterza e ai prodotti tipici locali.

Articolo/intervista curato da Letizia Casella per conto di Progetto Cucina, edito da Duesse – Milano, con distribuzione nazionale.

 

Comunicare è un casino

 

Ecco un regalo adatto a tutti: un e-book sulla comunicazione scritto con l’amica Claudia Poppi. Ci rivolgiamo a tutti coloro i quali desiderano vivere al meglio il proprio ruolo professionale e le proprie relazioni.

Comunicare è un casino è il primo corso formativo, in formula week end, pensato per migliorare le capacità relazionali. Per chi lavora in gruppo, per chi tratta con clienti e fornitori, per chi si avvicina al mondo del lavoro. I formatori, Giuseppe Salvato e Claudia Poppi, consulenti e coach, vi accompagneranno in questo percorso evolutivo.

Giuseppe Salvato: www.giuseppesalvato.it

Diventa una figura chiave

 
Il mondo è cambiato, e con esso anche il lavoro.
Alle due categorie del precedente sistema (padroni e manodopera) se n’è aggiunta una terza, quella delle figure chiave.
Le figure cosiddette “chiave” sono persone che possiedono il dono della comunicazione, sanno fare la differenza: esse ci guidano e ci mettono in relazione con gli altri.
L’inesorabile declino dell’industria ha sconvolto l’intero sistema attorno al quale avevamo costruito le nostre vite. Questo può rappresentare una minaccia, ma anche una grossa opportunità. I rivolgimenti, d’ogni genere, fanno paura poiché il “nuovo” potrebbe non recare con sé vantaggi immediati. Ma questa volta abbiamo la possibilità di immettere nella vita sociale e sul mercato la versione migliore di noi e vederci anche premiati. Avremo bisogno, però, di un pochino di coraggio che ci permetta di liberare la nostra creatività e quel pizzico di sana follia insita in ciascuno di noi. Ciò, inevitabilmente, andrà in collisione con il “potere costituito”: la famiglia, la scuola, la chiesa, il capo, il governo; insomma, con la nostra cultura che sembra abbia stretto un patto faustiano per cui abbiamo rinunciato al nostro genio, in cambio del quieto vivere e di una stabilità apparente.
“Ci prenderemo cura di te, se farai quello che ti diremo, se sarai bravo a scuola, se sarai puntuale al lavoro. Ti pagheremo bene e ti assegneremo un posto fisso. Non dovrai essere brillante, fantasioso, né ti assumerai grandi responsabilità”.
Questo è il tacito accordo (a prima vista allettante) che la società ha firmato per ognuno di noi; e, su quest’accordo, ha organizzato l’intero sistema sociale e politico.
Tutto ciò ha funzionato, anche per un bel po’ di tempo, ma il progresso scientifico e tecnologico e la globalizzazione, cause di una maggiore competitività, hanno rimesso in discussione quell’”accordo” che, inevitabilmente, andrà rivisto e modificato, poiché non siamo nati per essere ingranaggi dell’enorme macchina sociale/industriale; pur essendo ben addestrati a esserlo.
Il mondo è cambiato, e con esso il lavoro; quindi, sperimentare la possibilità di una terza via (in aggiunta alle due categorie citate all’inizio), cioè quella di diventare una figura “chiave”, potrebbe essere un’idea per invertire la tendenza negativa di un sistema ormai superato.
Diventare una figura chiave richiede entusiasmo e impegno costante. Si tratta di intraprendere un percorso lungo il quale poter sviluppare gradualmente tutte quelle qualità che ci renderebbero indispensabili. Possiamo imparare da soli ma, come in tutte le cose, il primo passo è il più difficile: quello in cui ci si rende conto che occorre un’abilità; ma come tale la si può acquisire e migliorare, se saremo però disposti a socializzare, condividere, costruire nuovi rapporti e collegamenti relazionali.
In passato la prima categoria, quella dei “padroni”, impostava la propria filosofia aziendale sullo sfruttamento, sostituibilità e basso costo della seconda categoria, quella della “manodopera”. In questo modo è stato ampiamente dimostrato che l’indice di produzione di quelle aziende era inferiore rispetto alle unità lavorative impiegate e, in più, erano prive di umanità, individualità e rapporti interpersonali. Ciò, naturalmente, ne ha ostacolato il loro sviluppo causandone la conseguente discesa verso il basso. Al contrario, le aziende importanti e di successo, hanno via e più preferito puntare verso l’alto, tenendo in debita considerazione la manodopera, che poi è diventata “collaboratori” rispettati e incentivati. Ma hanno fatto ancora di più: hanno arruolato, pagandole in maniera adeguata, delle persone capaci di svolgere compiti difficilmente assolvibili da altri. Individui in grado di fare la “differenza”: nuove persone appartenenti alla già citata terza categoria, quella delle figure “chiave”, appunto.
Le figure “chiave” sanno come agire anche in mancanza di regole o direttive, hanno intuizione, creano i contatti, attuano le promesse, organizzano di tutto, rappresentano il punto di riferimento per colleghi e clienti, amano ciò che fanno è danno il meglio di sé, come se ogni volta dovessero realizzare un capolavoro.
Qualcuno potrebbe lecitamente eccepire che non tutti possono diventare delle persone “chiave”, ma potrebbe comunque risultare utile e vantaggioso, per chiunque, almeno provarci.
Giovanni Matera
Per consultare altri miei articoli:

Stefano Bollani: «Il mio insegnante continuava a bocciarmi. La scuola vuole solo educare all’obbedienza»

 

L’INTERVISTA

Stefano Bollani: «Il mio insegnante continuava a bocciarmi. La scuola vuole solo educare all’obbedienza»

          Ha cominciato a suonare a 6 anni, a 15 anni ha guadagnato i primi soldi (50 mila lire): vive di musica. E di amore: «Ero sempre innamorato delle ragazze impossibili»

di Chiara Maffioletti

Stefano Proprio come le sue dita, che scorrono veloci sui tasti del pianoforte seguendo non uno spartito ma la musica, Stefano Bollani fa con i suoi pensieri. Inizia con un discorso, ma poi arriva un’idea che lo porta altrove. E poi un’altra ancora, sempre più in alto, sempre più su. «Tendo ad allargare il campo. Dico una cosa ma poi potrei dire anche il contrario, se no è noioso», ammette. «Certo, inventare è ormai difficile: su internet c’è questa pseudo enciclopedia che sa tutto di tutti. La stessa per cui, per anni, ero nato in un altro posto. E non c’era modo di correggerlo: se Wikipedia dice così è così». Un po’ come a scuola: quello che dicono gli insegnati, in genere, è legge. «Io per sopravvivere dicevo loro quello che volevano sentirsi dire. E così ripeti che quell’anno c’è stata quella battaglia e che avevano ragione quelli». Si annoiava? «Moltissimo. Ho sempre letto tanto, ma non quello che mi davano a scuola. Parlavano dei Promessi sposi e io leggevo Stephen King. Non credo si appassionino ragazzi di 16 anni alla letteratura così. In questo modo li obblighi a sapere chi sono i nostri scrittori più importanti: si chiama nozionismo». Lui, già da allora, non stava molto dentro quei codici, uguali per tutti: «A scuola lo chiamano il programma. E poi finiamo con il farli nella vita. Ti vogliono programmare in modo che tu conosca delle cose piuttosto che altre: un concetto pensato per produrre impiegati. Un ragazzo è un genietto in qualcosa? La scuola gli risponde che però ha preso 5 in Storia dell’arte. Forma gente che si abitua a stare seduta davanti a un capo. Non ti prepara alla vita, ma a un lavoro preciso, in cui qualcuno ti dice cosa devi fare». Uscire da questi schemi non è semplice, «ma la nostra vita la scegliamo noi. Nel nostro cammino, se siamo attenti, incontriamo un sacco di maestri… magari per dieci minuti, ma lo sono. Niente è casuale ma serve sempre a farti capire qualcosa».

Costruire il destino

               Scegliere il proprio destino. Bollani ci crede: «Mi sembra un buon modo di stare al mondo: pensare che tutto sia un caso e io ne sia vittima non fa per me. C’è sempre una decisione, lo è anche quella di farsi soffocare». Ragionare così è più facile quando si ha successo… «Sono sempre stato concentrato sul presente. Con la musica è più semplice: mentre suono non penso ad altro. Dovrebbe essere così anche nella vita: se faccio una cosa penso a quello. Ma oggi è difficilissimo stare nel presente e viverlo. Basta un beep per portarci altrove». Chi sono stati i suoi maestri? «Enrico Rava. La prima volta che abbiamo suonato mi sono sentito subito a mio agio. Non me lo aspettavo, perché ero in soggezione. Ma lui mi ascoltava, cercava degli stimoli. Il jazz è così, ma lo fanno in pochi: è stata una lezione. La musica si fa qua, nel presente, non si studia in sala prove. E quando uno ha un’idea buona, gli altri lo seguono: è la società ideale». La musica, per lui, è sempre stato un canale «facile. Non avevo musicisti in famiglia, e così, ogni cosa suonassi a 6/7 anni mi riempivano di complimenti: ma che bravo! Non ero forte in ginnastica, non sapevo arrampicarmi sugli alberi o saltare i cancelli e ho sempre evitato di fare a botte, perché ero sicuro ne avrei prese tante. Ma con la musica era tutto semplice». E le ragazze? «Ero sempre innamorato di quella impossibile. Crescendo, finalmente ti senti libero di dirlo, di lasciarti andare: credo di aver imparato qualcosina. Su come comportarmi con i miei sentimenti, non giudicando la donna con cui sto e nemmeno me stesso».

Conta, come in tutto, l’intento

                     Se hai «l’intento di riuscire in una cosa è un conto, se dici: vediamo che succede, non puoi poi pretendere vada bene». E di nuovo i pensieri corrono avanti e indietro, tornando agli anni del conservatorio, in cui il suo intento era già quello di fare jazz: «Il mio insegnante era aperto. Mi chiedeva: “Le piace, Bollani, questo passaggio di Beethoven?” E io: “Veramente preferisco Scott Joplin”. Era contento, però mi bocciava: “Così continua a venire a lezione”. Diceva che avevo talento ma non rispettavo le regole». L’ha rivisto anni dopo: «“Bollani come sta? La boccio”. “Non può”, gli ho risposto. E lui: “Peccato”». Questo perché la musica, o meglio, l’armonia «è un insieme di regole matematiche, di incastri. Si deve trovare un accordo e deve essere quello. Al conservatorio volevano applicassi le regole del 700. E non lo facevo. Perché dovevo imitare Bach? Trovavo un accordo bello e mi rispondevano: “Ma Bach non lo avrebbe mai fatto”. Però restava bello». Intento o talento, alla fine è riuscito a vivere di musica: «Mi hanno iniziato a pagare a 15 anni. Cinquantamila lire ed ero a posto, compravo solo libri e dischi. Come oggi. Non ho mai desiderato una macchina di lusso o altro». I suoi genitori le dicono ancora che è bravo? «Mia madre quando viene a vedermi è emozionata come stessi facendo il saggio. E ha sempre paura che io abbia un momento di vuoto e scappi».

http://www.corriere.it/moda/news/17_novembre_23/stefano-bollani-il-mio-insegnante-continuava-bocciarmi-scuola-vuole-solo-educare-all-obbedienza-c3973a66-d072-11e7-90be-0a385e484c27.shtml

di Chiara Maffioletti

“Lectio” economica nel Caffè Letterario Don Chisciotte

CULTURA “Lectio” economica di Giovanni Matera nel Caffè Letterario Don Chisciotte

La conoscenza dev’essere
l’innervatura di qualsiasi azienda

Articoli di economia raccolti
nel libro La cassetta degli attrezzi

Imprenditore è chi si domanda:
“Che cosa posso fare io?” E lo fa

Dare per avere e non dare 
pesci ma insegnare a pescare

Realizzare sogni.

Affrontare dibattiti sull’economia, oggi, è perfino temerario: nel mondo e di più in Italia. La distribuzione della ricchezza è la più ingiusta della storia dell’uomo: i beni dell’1% dei terrestri sono superiori a quelli del 99% e 62 persone detengono la ricchezza di 3,6 miliardi di persone per un capitale pro capite di 28 miliardi, a fronte del dollaro al giorno degli altri. E molta di questa ricchezza è stata nascosta nei paradisi fiscali, inutilizzabile dai suoi proprietari, sottratta alla comunità. Inoltre, in primis quella italiana, l’imprenditoria, svampita dal lusso, non esita a precipitare nell’abietto schiavismo, dal caporalato al contare i secondi al bagno dei suoi operai, chiedendo e ottenendo la licenziabilità a propria discrezione.

E tuttavia nei sotterranei della società c’è chi va spiegando che, come l’essere di ciascuno, anche l’economia o è basata sulla conoscenza, o non è, intendendo per conoscenza quella di Socrate, secondo il quale il male lo commette soltanto chi non sa, invece chi sa distinguere il bene dal male non può commettere il male ed è predisposto al bene. Se al sapere della riflessione si aggiunge la “Sapientia cordis”, cioè la generosità, può perfino accadere che un gesto di bontà può cambiare il corso della storia.

Portatore di questi concetti è Giovanni Matera, imprenditore laertino che ha raccolto nel suo libro “La cassetta degli attrezzi”, i suoi articoli di economia sapienziale. E li ha esposti ieri sera nel caffè letterario Don Chisciotte, introdotto da Marilena Frigiola.

La Lectio è cominciata da un episodio naturale: un uomo alquanto povero vede un bimbo dimenarsi in uno stagno, lo salva. Il padre del bimbo salvato si disobbliga facendo studiare il figlio del povero. Più avanti negli anni il figlio del ricco, ammalatosi gravemente, viene salvato dalla medicina scoperta dal figlio di quel povero. Costui era Fleming, lo scopritore della penicillina, il due volte salvato dai Fleming era Churchill, che ebbe grande parte del fermare il male assoluto che stava funestando il mondo, il nazismo hitleriano.

Che cosa insegna questo naturale episodio di vita quotidiana? Che ciascuno di noi può cambiare il corso della storia. I padri usarono la sapientia cordis, i figli quella scientifica e sociale, cioè la conoscenza.

Conoscenza, dice Matera, che dev’essere anche l’innervatura di qualsiasi azienda e la guida di qualsiasi uomo e imprenditore. In azienda, come dovunque, la conoscenza si basa sullo scambio di idee e sul cercare idee nuove, sia nei momenti di crisi, sia nei momenti positivi con il metodo del “Che cosa posso fare io?”, e dunque col darsi un sogno, un sogno da realizzare, perché chi non ha un sogno lavorerà per chi ce l’ha. Nel reale il sogno è un obiettivo, una meta, che si scorge dopo aver ascoltato la realtà e i suoi molti interpreti, basandosi su due concetti basilari: per avere bisogna aver dato e per il progresso sociale più che distribuire pesci, bisogna aver insegnato a pescare (Confucio), o bisogna essere imprenditori (il demiurgo platonico prima e schumpeteriano poi), cioè colui che, quasi essere divino, s’ingegna e s’impegna a fare ciò che è necessario, nel presente e per il futuro, realizzare soluzioni, intuizioni, sogni.

I discenti non erano molti, si direbbe uno scelto pubblico, fra essi tre esponenti di partito: i dem Stano e Laforgia e il loro candidato sindaco Raffaele Parisi, e soprattutto due bimbe: cioè la speranza.

– Michele Cristella (Giornalista Professionista)

Il libro “La Cassetta degli Attrezzi” è in vendita oltre che al caffè letterario il Don Chisciotte in Via Roma a Laterza, anche sul sito ufficiale www.giovannimatera.it 

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Buona lettura.

Un caso di follia irreversibile?

RICERCA E FORMAZIONE DI GIOVANNI MATERA

Pensare che dalla vita si debba soltanto ricevere, oltre che un’illusione, è soprattutto un errore poiché è lo scambio che ci migliora e arricchisce. Ciò, penso sia l’insegnamento più importante che abbia tratto dalla mia lunga esperienza d’imprenditore e di uomo. Non sono gli oggetti in sé a soddisfare le esigenze delle persone, ma le aspettative e il significato emozionale che tali beni rappresentano per loro.

Da queste semplici considerazioni nasce l’idea della presente rubrica, che offre, a un imprenditore come me, la possibilità di utilizzare un mezzo di comunicazione umana attraverso cui scambiare non solo oggetti e denaro ma anche conoscenza ed emozioni tra le aziende, la clientela e l’intera Comunità.

Ognuno di noi, nel suo piccolo, è un imprenditore, qualunque sia il suo ruolo nella società: padre, madre, figlio/a, nonno/a, professionista, dipendente, precario/a o disoccupato/a. Ciascuno di noi è titolare dell’impresa di se stesso e, come tale, unico attore del proprio destino che non può ridursi a spettatore al teatro della propria esistenza.

Io sono titolare di un’impresa di arredamenti e potevo usare tutta questa pagina di giornale in maniera più “proficua” per la mia azienda, mostrandovi i miei rinomati mobili, ma in questo caso preferisco condividere con voi il risultato di anni di ricerca e formazione compiuti dal sottoscritto, in diverse parti d’Italia, con i migliori professionisti internazionali nel campo del nuovo Marketing Relazionale ed Esperienziale. Credete che il mio sia un caso di follia irreversibile?

Ebbene sì, lo è. E sapete da che cosa scaturisce questa follia? Dalla mia strenua opposizione all’idea di finire nel sogno di un altro! Sappiamo tutti che i sogni generano idee, e sono le idee che fanno girare il mondo. Di conseguenza, quando non abbiamo più idee, vuol dire che abbiamo smesso di sognare; ed è lì che finiamo nei sogni altrui, divenendo spettatori passivi della nostra esistenza.

Allora, follia per follia, consentitemi di osare fino al punto di dire che siamo finiti nel sogno di coloro che hanno prodotto questo spauracchio che ormai tutti chiamiamo “Crisi”. Okay, c’è la crisi, e tutti ne siamo coinvolti. Ma come ne usciamo? Di certo non facendoci intimorire al punto da oscurare la proiezione del nostro sguardo verso orizzonti più ampi, dove poter sognare ancora, generare nuove idee e realizzare nuovi progetti.

Per fare ciò è indispensabile una seria e profonda introspezione, alla fine della quale, però, bisogna porsi una semplice ma fondamentale domanda: Che cosa posso fare io?

Bene. Io, per cominciare, ho deciso di scrivere su questa pagina “Ricerca e Formazione”, che spero possa diventare un mezzo di scambio di esperienze ed anche un’arma di resistenza, contro la rassegnazione, il pessimismo e la resa, nelle mani di chi voglia vivere attivamente da protagonista la propria esistenza e non sopravvivere passivamente da comparsa nei sogni altrui.

Tratto dal libro “La cassetta degli Attrezzi” di Giovanni Matera.

Il libro “La Cassetta degli Attrezzi” è in vendita oltre che al caffè letterario il Don Chisciotte in Via Roma a Laterza, anche sul sito ufficiale www.giovannimatera.it 

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Buona lettura.

www.giovannimatera.it è on-line!

Rieccoci qua! Il nuovo sito www.giovannimatera.it é on-line!

RF, Ricerca e Formazione di Giovanni Matera, è lieta di ricominciare a condividere con voi informazioni, concetti ed eventi sul tema “Formazione“!
Ed io sono felicissimo di ripartire con entusiamo, con una nuova veste grafica, molto più snella e diretta, dove ci concentreremo soprattutto sul Blog e sulle “attività Social”.

Sul nuovo sito saranno presenti infatti collegamenti diretti ai nostri canali YouTube e Facebook, con la pagina RF–Social che fungerà da raccoglitore appunto, di tutte le nostre attività social, oltre ad avere collegamenti esterni con pagine di Formatori ed Enti pubblici e privati. Ed é proprio su questo ultimo concetto che abbiamo voluto spingere l’acceleratore puntando sulla cooperazione di idee! In particola modo lo abbiamo fatto inserendo nel nostro Team un Partner di eccellenza nel mondo della Formazione di livello nazionale! Stiamo parlando di Giuseppe Salvato (http://www.giuseppesalvato.it)!
Beppe ci seguirà nel tempo, avrà voce anche sul nostro blog, e ci aiuterà nello sviluppo di nuovi concept formativi ed eventi.

Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno seguito Ricerca e Formazione di Giovanni Matera sin qui, i più di 1.000 utenti che ogni giorno scambiano informazioni, idee e concetti su Facebook, e ringrazio anche tutti coloro che hanno collaborato e che collaboreranno al “Progetto RF” in futuro. Questo perché questo progetto, nato dalla voglia di affrontare il tema della Formazione all’interno dell’azienda di mobili che gestisco, la Matera Arredamenti, ha iniziato un cammino tutto suo! Le radici ovviamente non bisogna mai dimenticarle, così come non bisogna mai smettere di cercare e guardare anche oltre il nostro orizzonte!

Vi abbraccio tutti e vi do appuntamento a prestissimo! Grazie!

Con affetto,
Giovanni Matera