IL CAMBIAMENTO ANTICIPA I CAMBIAMENTI: LA COERENZA DELLO CHEF

I termini “cambiamento” e “coerenza” sembrano, in prima istanza, non proprio correlati. Eppure, il comportamento che non presenta contraddizioni -questa è in definitiva la coerenza- a ben vedere non si oppone al cambiamento e, addirittura, può aiutare in scelte difficili o rischiose. Su questo desidero esprimere il mio punto di vista.

Credo di essere una persona coerente, consapevole che tale rappresentazione di se stessi è piuttosto pericolosa e ambigua: lascia adito a critiche -e all’autocritica: l’insuccesso è dietro l’angolo-, perché si innalzano le aspettative e gli standard. Scivolare e cadere è un attimo… Individuo coerente, secondo me, è innanzitutto colui il quale è naturalmente impegnato a dire ciò che realmente pensa -non confondiamoci, però, con la schiettezza- e, conseguentemente, a fare ciò che dice. Non si tratta di rasentare la perfezione o di irrigidirsi su incrollabili principi, ma di essere spontaneamente proteso verso questo stile di vita, guidato dal miglioramento e, perciò, a fare del dubbio, del confronto e della sperimentazione strumenti di crescita.

In particolare, nelle mie attività formative e consulenziali interpreto la coerenza attraverso la condivisione con i miei clienti non di quello che so bensì ciò che ho sperimentato, compreso i miei errori; con un pizzico di ironia e senza prendersi troppo sul serio, pur sapendo di affrontare a volte situazioni difficili. A ben pensare, un motivo di scarsa coerenza di tante persone è, invece, il bisogno di dover nascondere e giustificare i propri errori. Tanti guru della formazione, per di più, insegnano modelli di perfezione: principi pur validi che in teoria funzionano -sono coerenti, appunto-, ma che nella complessità della vita spesso non reggono. Comprendo, tuttavia, che l’essere umano abbia bisogno di questi riferimenti perché si nutre di speranze o, disperato, non vede l’ora di risolvere qualcosa se non, addirittura, di cambiar vita.

La coerenza: pensare, dire e fare è indice del raffronto costante con i risultati; essere disposti a sperimentare esprime la capacità di affrontare il rischio; confrontarsi è la base per imparare cose nuove; nutrire dubbi sviluppa il pensiero critico e ci proietta su prospettive inattese. E il tutto va condito con la capacità di riconoscere l’insuccesso e di essere tolleranti con se stessi; pronti a riprovarci.

Solamente quando sei giunto a questo livello, pertanto, hai la coerenza tua alleata e puoi dire di aver acquisito l’autorevolezza unita alla sensibilità per poter chiedere a chi ti ascolta di cambiare registro, di cambiare passo e anche di cambiare vita. Perché l’hai vissuto personalmente, pur tra alti e bassi, e hai compreso che la complessità di questo mondo ci deve trovare propensi a scelte a volte difficili o semplicemente impegnative, o addirittura a rinunce; consapevoli che le resistenze interiori possono in certe circostanze superare le nostre forze, inutilizzate seppur desiderose di protendersi verso il cambiamento. In questo caso, in effetti, la coerenza rappresenta solo la giustificazione dell’immobilità. Sappiamo bene, nondimeno, che il premio per una scelta non lo si conosce appieno a priori: rimanere fermi al bivio, però, è di sicuro una sconfitta.

Quindi la coerenza unisce bisogni, idee e azioni, proiettandoci verso i risultati futuri. E siccome la coerenza non è l’estrema fermezza e l’autodisciplina a cui vogliamo piegare i nostri desideri e le nostre volontà, bensì è la consapevolezza che molto dipende da noi, innanzitutto nell’affrontare con giusta persistenza e velocità le opportunità e i problemi che ci stanno innanzi e che nel tempo cambiano o si trasformano, ne devo dedurre che il cambiamento anticipa i cambiamenti. Pertanto, se vogliamo che qualcosa cambi attorno a noi, dobbiamo essere disposti a cambiare noi stessi un comportamento, a prendere una decisione rischiosa, a modificare il modo con cui analizziamo fatti e persone attorno. Non è un concetto nuovo, ma è di difficile applicazione; a volte sembra impossibile.

Ho avuto nella mia vita tre rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, di cui due nella pubblica amministrazione e uno in una grande azienda. I classici “posti di lavoro” sicuri. Tre storie differenti dove ho sempre preso in mano il mio destino ed ho liberamente scelto la via delle dimissioni volontarie; ogni volta per motivi diversi, ma senza avere il giorno seguente un altro contratto davanti ai miei occhi o un colloquio in corso. Scelte difficili, temerarie per certi aspetti, da far tremare i polsi e non dormire la notte. In qualche caso avevo di che recriminare, ma mi sarei intrappolato con le mie stesse mani in un turbinio di stati d’animo negativi. A ben vedere l’evolversi delle situazioni, è sempre successo qualcosa subito dopo ciascuna di tali scelte e non credo sia stata questione di fortuna. Diceva Lucio Anneo Seneca che la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.

Già vedo quello che starà pensando il mio lettore: “Certo, oggi hai 56 anni e alla tua epoca era facile trovare lavoro…”. Come se adesso non sia più la mia epoca e non stessi lavorando; senza pensare che attualmente, come libero professionista, nessuno mi assicura lo stipendio a fine mese. Seconda critica: “Ma con la tua esperienza avrai una clientela stabile e assicurata!”. Beh, ce l’avevo quando mi occupavo, da dottore commercialista, di contabilità e bilanci: il rapporto con i clienti era continuativo, certo. Ma da dodici anni in qua la mia contabilità è curata da un mio collega ed io ho disimparato quella professionalità per abbracciare l’organizzazione aziendale e lo sviluppo delle risorse umane. Sempre mestieri diversi; sempre clienti nuovi e competenze da acquisire… Terza perplessità: “Ma giri l’Italia e puoi scegliere da chi farti pagare. Al nord c’è la clientela più ricca e mentalmente meglio predisposta a innovare e a investire”. Eppure il grosso del mio lavoro è al sud, specie nella mia Puglia, tra imprenditori che spesso non hanno mai conosciuto un consulente, oltre l’avvocato e il commercialista.

In realtà ho conservato l’entusiasmo infantile infarcito di due ingredienti fondamentali, che ci appartengono sin dalla nascita: la determinazione e la gioia, con cui affronto la vita. È così che si riescono ad intravedere le occasioni e la teoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto la considero sempre valida: Ci troviamo continuamente di fronte a una serie di grandi opportunità brillantemente travestite da problemi insolubili, diceva John W. Gardner, ministro USA di qualche decennio fa.

Quindi oggi posso, pur sommessamente e nel rispetto di chi si trova di fronte ai bivi della vita, dire la mia circa il cambiamento. Mi sono temprato in momenti in cui non avrei mai immaginato che certe scelte, certi errori, certe esperienze le avrei potute spendere a vantaggio mio e di altri in modo inaspettato, inusuale, proficuo e anche redditizio. Ma è certo che l’agire nel cambiamento personale ha anticipato il modo di vivere i cambiamenti ambientali, permettendomi di coglierne talvolta le opportunità; e la mia coerenza, molto più della razionalità, mi ha supportato facendo sì che anche le decisioni più temerarie fossero sostenute da motivazioni forti, che mi hanno tutelato. Non sono un indovino, ma comportandomi così sono stato in grado di reinterpretare il mio ruolo in ogni situazione con maggior confidenza. Al contrario sarebbe stato incoerente, ma ragionevole, pensare che un determinato lavoro non mi fosse congeniale e continuare a farlo -lamentandomi per il resto della mia vita- solo perché avevo un mutuo da pagare…

Ritengo di aver imparato una cosa, anzi due, da tutto ciò. Primo: l’utilità delle esperienze è strettamente correlata alla nostra apertura al cambiamento. Secondo: le esperienze possono essere declinate e rilette per affrontare situazioni nuove e differenti. Il cambiamento anticipa i cambiamenti e, in definitiva, nel reinterpretare la realtà e i suoi elementi sono diventato uno… chef: ho sempre un’idea di cosa fare con gli ingredienti che in quel momento ho tra le mani.

Leggi pure: DETERMINAZIONE & GIOIA http://www.giuseppesalvato.it/jwCPm

Giovanni Matera è nato a Laterza, nel 1955, dove dirige la Matera Arredamenti, della quale è proprietario. Sposato, con tre figli, è nonno di una splendida nipotina; è un fervido atleta di podismo amatoriale. È impegnato su vari fronti: nel sociale-culturale e nella promozione del territorio ionico. Scrive, di ricerca e formazione aziendale e umana, su diversi giornali locali e testate giornalistiche on line.

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